Capitolo 1
In questa nota cercherò di spiegare chi sono, e quali sono state le fortunate circostanze, vuoi scientifiche e tecnologiche, che mi hanno consentito di scrivere e pubblicare in due lingue il libro elettronico “Libro Incompiuto sull’Energia dell’Ambiente” e “Unfinished Book on the Energy of the Environment”.
Sono nato nel 1941 e ho conseguito la laurea in fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
Iniziai a nutrire profondi dubbi nei confronti della teoria relativa al Secondo Principio della Termodinamica, a partire dal secondo anno degli studi universitari. Ritenevo che la formulazione di questa teoria fosse in profonda contraddizione con il Metodo Scientifico per la Fisica Classica, il quale prevede che alcuni criteri generali vengano rispettati quando si analizza un problema di fisica.
Innanzi tutto, in Fisica si prendono in considerazione soltanto fenomeni che si verificano. Al contrario,il Secondo Principio della Termodinamica ha il suo fondamento in un assioma relativo a qualcosa che non dovrebbe esistere, poiché vieta all’Uomo di costruire una certa macchina termica.
Ad esempio, l’assioma espresso nel 1903 dal grande scienziato Max Planck (1858-1947) è il seguente:
“È impossibile costruire una macchina tale che, funzionando in un ciclo, produca altro effetto che l’estrazione di calore da una riserva (di calore – ndr) e la produzione di un valore equivalente di lavoro.”
A questa prima contraddizione se ne aggiunse una seconda: mi fu anche insegnato che l’elaborazione logico-matematica dell’assioma consente di dedurre un Principio che dovrebbe rappresentare il comportamento di fenomeni termici naturali: il noto Principio di aumento dell’Entropia.
Questa mi sembrò una paradossale anomalia, in quanto l’assioma si riferisce alle capacità tecnologiche dell’Uomo, e quindi mi chiesi come fosse possibile che un assioma che vieta all’Uomo di costruire una macchina termica, possa dar luogo ad un Principio di Natura.
Diversi anni dopo, verso il 1975, quando già lavoravo come fisico Esperto Qualificato (sicurezza contro le esposizioni a radiazioni) in un Ente dello Stato, rileggendo i vecchi appunti di Fisica Terrestre ebbi una promettente intuizione per contraddire l’assioma.
Questa idea mi venne rileggendo il capitolo relativo alla tensione di vapor saturo delle goccioline di nebbia.
Capitolo 2
Come è noto a tutti i meteorologi, la tensione di vapore determinata da una goccia di acqua non è costante, ma a parità di temperatura dipende dal raggio di curvatura della goccia.
Più tale raggio è piccolo, più cresce la tensione di vapor saturo che viene determinata.
Questo fenomeno è all’origine di una instabilità delle dimensioni delle minuscole goccioline d’acqua che formano la nebbia, il quale fa si che le goccioline tendono a diventare sempre più piccole con rapidità sempre crescente man mano che esse evaporano.
L’intuito mi suggerì che doveva essere vero anche il contrario.
Infatti, consultando un famoso testo di Chimica-Fisica sul tema, mi resi conto che la mia intuizione era giusta: se il raggio di curvatura invece che essere convesso (come per una goccia) è concavo (come per un menisco), allora la tensione di vapor saturo diminuisce al diminuire del raggio di curvatura convesso.
È a quel punto che è scattata nella mia mente un’altra intuizione: il vapore catturato dai menischi, invece di far diminuire il contenuto di acqua liquida sottostante (come avviene per una goccia), tenderebbe a farlo aumentare. Ma al contrario di quanto avviene per una goccia, questo aumento di massa liquida non può più determinare una variazione del raggio concavo di curvatura, perché le molecole di vapore catturate vanno immediatamente a confluire nella massa di acqua che si trova al di sotto del menisco.
Quindi, mentre il menisco cattura il vapor d’acqua eventualmente presente nell’ambiente circostante, il suo raggio di curvatura tende a restare costante.
Avevo quindi trovato una specie di trappola, che sembrava fosse in grado di catturare, anche a temperatura costante ed uniforme, le molecole d’acqua in fase di vapore eventualmente presenti nelle sue immediate vicinanze.
Ben presto risolsi il problema di come creare una superficie d’acqua di forma concava di grandi dimensioni. Infatti, se si accostano due cilindri di vetro immersi in acqua, la tensione superficiale risucchia in alto il menisco lungo la linea di contatto dei due cilindri (la generatrice del cilindro).
Più il diametro dei cilindri di vetro è piccolo, più è piccolo il raggio di curvatura concavo, più in alto sale il menisco.
Fig. 1 Cilindri di vetro in contatto reciproco
Quindi, per avere una grande superficie di acqua a piccolo raggio concavo di curvatura, basta immergere in acqua un gran numero di cilindri di vetro in reciproco contatto; essi devono avere dimetro molto piccolo – il diametro più piccolo ottenibile.
A quel punto dovevo creare un recipiente che si potesse chiudere ermeticamente, nel fondo del quale introdurre un volume d’acqua che avrebbe assunto una superficie piana.
Si sarebbe creata una atmosfera satura di vapore all’interno del volume chiuso, la cui tensione di vapore sarebbe stata determinata dal fatto che la superficie liquida era piana.
Poi dovevo introdurre all’interno di questo volume chiuso un recipiente aperto superiormente (come un bicchiere o dewar) sollevato di quota rispetto al liquido con superficie piana.
Dentro questo dewar dovevo introdurre un gran numero di cilindri di vetro di diametro molto piccolo in reciproco contatto tra loro; il tutto come rappresentato nella seguente figura.
Fig. 2 Insieme di fibre di vetro
Il funzionamento che mi aspettavo era il seguente:
Essendo il vetro igroscopico, i cilindri di vetro avrebbero catturato, prima o poi, qualche piccola quantità di acqua e, piano piano, si sarebbero formati dei menischi lungo le varie generatrici del cilindri di vetro in reciproco contatto.
Questi menischi avrebbero quindi iniziato a catturare vapor d’acqua dal volume chiuso, e il liquido in eccesso sarebbe scivolato lungo le generatrici, muovendosi verso l’interno del dewar e accumulandosi alla base dei menischi.
Si sarebbe così formata una seconda superficie piana, ma ad un livello piezometrico superiore e di dimensioni inferiori rispetto a quella inizialmente introdotta all’interno del volume chiuso.
Al trascorrere del tempo la quantità di acqua a superficie piana presente al livello piezometrico superiore sarebbe dovuta aumentare e, corrispondentemente, diminuire al livello piezometrico inferiore.
Per i cilindri di vetro impiegai delle fibre di vetro di piccolo diametro recuperandole da cavi a fibra ottica usati in oftalmologia, mentre per il recipiente utilizzai un barattolo di vetro a chiusura ermetica del volume di circa 300 ml.
Restava il problema di mantenere tutto il sistema a temperatura costante, ma non disponendo di un termostato, decisi di tentare ugualmente l’esperimento racchiudendo il tutto all’interno di un armadio pieno di libri.
Non si trattava di un esperimento scientificamente significativo, ma non avevo altra scelta.
D’altra parte, le variazioni di temperatura che avrebbe subito il dispositivo sarebbero avvenute lentamente, e ciò (viste anche le piccole dimensioni del recipiente) poteva ragionevolmente determinare una situazione molto simile a quella ottenibile usando un termostato.
Dopo molti mesi di attesa, scoprii che il dispositivo si era comportato secondo le mie previsioni: tutto il liquido si era concentrato all’interno del dewar, e il fondo del recipiente ermetico di vetro era diventato arido!
L’acqua era andata da sola contro la forza di gravità, grazie soltanto alla temperatura.
Capitolo 3
Fu a quel punto che i miei dubbi sul Secondo Principio della Termodinamica si dimostrarono fondati, anche se non potevo certo pretendere che il mio esperimento fosse preso in considerazione da altri fisici.
Infatti, la temperatura non era rimasta costante, ma dal mio punto di vista il risultato che avevo ottenuto mi stimolava a proseguire nella ricerca di altri modi più significativi di dimostrare l’erroneità di quel Principio.
Passarono molti anni senza che succedesse gran ché di significativo, ma durante gli studi di Fisica avevo avuto un altro dubbio o, per meglio dire, un’altra intuizione relativamente al teorema di Carnot: non ero convinto che il rendimento del ciclo di Carnot potesse avere lo stesso valore quando il gas esegue il ciclo di Carnot nei pressi della temperatura critica, e cercavo nelle biblioteche di Roma documentazione sui gas reali per fare questo tipo di verifica.
Capitolo 4
Un giorno, verso gli anni ’80, fui fortunato: trovai una pubblicazione sulle proprietà termodinamiche dell’Argo – un gas raro usato di sovente in esperimenti e strumentazioni scientifiche.
Il titolo era:
“Thermodynamic Properties of Argon From the Triple Point to 300 K at Pressures to 1000 Atmospheres” – NSRDS –NBS-27.
Si trattava di una pubblicazione di livello eccezionale, per l’epoca (il 1969), in quanto non solo riportava le proprietà termodinamiche dell’Argo in forma di tabelle, ma gli autori erano riusciti a realizzare un’equazione di stato di tipo algebrico di quel gas, che rappresentava in modo molto accurato le sue reali proprietà termodinamiche, anche nei pressi del Punto Critico – aspetto che era molto importante per gli scopi che mi prefiggevo.
Gli autori, inoltre, erano riusciti a realizzare equazioni algebriche anche per le funzioni derivate, come Energia Interna, Entropia eccetera.
Utilizzando quella completa documentazione, riuscii a scrivere dei programmi computerizzati (scritti in linguaggio GW-BASIC) con i quali potevo calcolare come variava il rendimento di cicli termodinamici ideali, quali il ciclo di Carnot, il ciclo di Stirling e il ciclo di Ericsson, al variare della loro posizione nel piano Pressione-Volume.
Fig. 3 Ciclo di Carnot
Fig. 4 Ciclo di Stirling
Fig. 5 Ciclo di Ericsson
I programmi calcolavano il rendimento dei cicli per via numerica, in base al Primo Principio della Termodinamica, e lo confrontavano con il rendimento teorico stabilito dal Secondo Principio della Termodinamica.
Per i cicli di ideali Stirling e di Ericsson, fu necessario immaginare l’impiego di recuperatori perfetti di calore, per cui dovetti elaborare degli appositi teoremi.
I risultati li raccolsi dopo vari anni, verso il 1985-86, e furono molto sorprendenti.
Per quanto riguarda il ciclo di Carnot, i calcoli confermarono la costanza del rendimento ideale, a parità delle temperature di funzionamento, ovunque fosse posizionato questo ciclo, secondo quanto previsto dalla teoria corrente, anche nei pressi della temperatura critica (contrariamente alla mia intuizione).
Fig. 6 Rendimento del ciclo di Carnot
Anche per il ciclo di Stirling con recuperatore perfetto di calore vi fu questa conferma.
Fig. 7 Rendimento del ciclo di Stirling
Faceva invece eccezione il ciclo di Ericsson con recuperatore perfetto di calore. Quando questo ciclo si svolgeva a pressioni basse e a temperature decisamente superiori a quelle della Temperatura Critica, il rendimento calcolato numericamente rientrava nei valori previsti dalla teoria corrente del Secondo Principio della Termodinamica.
Quando invece il ciclo si svolgeva a pressioni vicine a quelle del punto critico, e a temperature leggermente maggiori di quella Critica, l’andamento del rendimento del ciclo di Ericsson differivano notevolmente da quello teorico, raggiungendo, in alcuni casi valori circa doppi rispetto a quelli teorici.
Fig. 8 Rendimento del ciclo di Ericsson
Inutilmente ricercai errori, sia nei programmi computerizzati che nei teoremi. Non ci fu nulla da fare: i risultati erano quelli e, cosa molto importante, erano basati non su un teorema (il teorema di Carnot), bensì sul Primo Principio della Termodinamica, e non erano relativi a un gas immaginario, come il gas perfetto preso in considerazione dalla teoria, bensì ad un gas reale.
Inoltre – cosa per me di estrema importanza – il ciclo di Ericsson che presentava il massimo rendimento era reversibile !
Se quindi esisteva un ciclo reversibile di Ericsson con rendimento maggiore di quello del ciclo di Carnot, allora diventava possibile ciò che il teorema di Carnot vietava: si poteva immaginare di costruire una combinazione di questi due cicli, uno contrapposto all’altro, per formare una macchina capace di sfruttare completamente il calore, trasformandolo in lavoro meccanico – ciò che si può definire una Macchina Termodinamica Perfetta (MTP), vietata dall’assioma fondamentale della termodinamica.
Capitolo 5
Ma ulteriori calcoli computerizzati mi fecero scoprire una realtà ancor più sconvolgente: esisteva una coppia di cicli di Ericsson adiacenti, i quali, una volta opportunamente contrapposti, potevano costituire quella Macchina Termodinamica Perfetta di cui sopra.
Questo era ben diverso dalla costruzione ideale citata in precedenza, formata da un ciclo di Carnot e un ciclo di Ericsson.
Infatti il ciclo di Carnot è un ciclo ideale (ovvero immaginario), mentre i due cicli di Ericsson di cui sopra sono realizzabili.
Diventava così chiaro (almeno per me) che la costruzione ideale del teorema di Carnot, che è basata su due macchine termiche funzionanti in reciproca opposizione e ne vieta il funzionamento complessivo per formare una MTP, invece di essere impossibile, è l’unica a poter garantire l’ideazione di una macchina termica complessa capace di sfruttare completamente il calore assorbito, trasformandolo in lavoro utile.
Pertanto non avevo trovato soltanto un dispositivo che violava il Secondo Principio della Termodinamica, bensì avevo scoperto un metodo per convertire tutto il calore in lavoro utile.
Questo metodo consiste nel contrapporre due sistemi termodinamici con rendimento diverso tra due temperature di funzionamento: ciò che il teorema di Carnot vieta.
Fu allora che decisi di depositare in Italia una domanda di brevetto dal titolo “Metodo di conversione dell’energia termica in lavoro e convertitore che ne risulta”.
La domanda di brevetto che presentai il 26 Gennaio 1987 reca il n. 4756687.
Contrariamente alla mia pessimistica aspettativa, l’attestato di brevetto mi è stato concesso il 14 Aprile 1989 e reca il n. 1206242.
Capitolo 6
Nel frattempo, si verificarono due avvenimenti scientifici riguardanti il problema energetico che dal mio punto di vista erano importanti.
Il primo evento si verificò verso la fine del mese di Settembre del 1988. L’Agenzia “New China” riportava una notizia sconvolgente (per la fisica): uno scienziato Cinese aveva inventato, costruito e messo in funzione una macchina capace di “generare una piccola corrente elettrica sfruttando la sola temperatura ambiente”.
Fig. 9 Copertina della pubblicazione di Xu Yelin e articolo del quotidiano “Il Messaggero”
Questa notizia fu riportata il 7 Ottobre 1988 dal quotidiano Italiano Il Messaggero, relegata a pagina 11, al pari di altri avvenimenti di secondaria importanza.
Riuscii fortunosamente ad ottenere una copia della pubblicazione dello Scienziato cinese: il Dr. Xu Yelin.
Il suo lavoro consisteva, in pratica, della Macchina Termodinamica Perfetta vietata dal Secondo Principio della Termodinamica: una Macchina a Moto Perpetuo di Seconda Specie.
Fig. 10 Schema del diodo non-bias di Xu Yelin
Questo evento contrastava nettamente con un annuncio pubblicato nel numero di Gennaio 1988 dalla Rivista Scientifica Italiana “Sapere”.
In questo numero, la Rivista aveva pubblicato a pagina 4 un Annuncio intitolato “Moti perpetui e assimilati”.
Nel preambolo dell’Annuncio, si forniva l’informazione che la Rivista riceve frequentemente progetti e teorie riguardanti varie invenzioni o tecniche, riguardanti particolarmente (notare !) Macchine a Moto Perpetuo !
Agli autori di tutte queste richieste di pubblicazione, presenti e futuri, la Rivista risponde pubblicando e facendo propria la risoluzione adottata nel 1775 (mille-settecento-settantacinque) dall’Accademia Reale delle Scienze di Parigi. Poiché è facile rintracciare questo testo in rete, ne riporto solo la prima proposizione:
“L’Accademia ha approvato quest’anno la risoluzione di non esaminare alcuna soluzione di problemi sui seguenti argomenti: la duplicazione del cubo, la trisezione dell’angolo, la quadratura del cerchio o alcuna macchina per dimostrare il moto perpetuo…”
Dopo questi eventi, decisi di confrontarmi con uno dei professori di fisica che molti ritenevano uno dei massimi esperti del Secondo Principio della Termodinamica, e con il quale ero in confidenza per essere stato il mio relatore della tesi di laurea in fisica.
Sottoposi a questo professore sia una copia della pubblicazione di Xu Yelin, sia i risultati dei miei calcoli basati sulla pubblicazione NBS-27.
Quando tornai da lui, lo trovai contrario su entrambi i documenti che gli avevo fornito. Circa la pubblicazione di Xu Yelin, non volle nemmeno discuterne, sostenendo (senza apportare alcuna giustificazione) che quello studio non poteva rappresentare un experimentum crucis per il Secondo Principio della Termodinamica.
Anche per quanto riguarda i miei calcoli numerici si dimostrò contrario, sebbene giustificasse il rigetto con una serie di argomentazioni estremamente generiche, che infine mi lasciarono del tutto insoddisfatto.
Capitolo 7
Mi convinsi che era necessario esporre ad altri studiosi quanto avevo scoperto, pubblicando un libro.
Per rendere l’esposizione più completa, iniziai a reperire le memorie originali dei due Padri Fondatori della teoria del calore: il fisico britannico William Thomson, in seguito Lord Kelvin (1824–1907) e il fisico germanico Rudolf Julius Emanuel Clausius (1822–1888), pubblicate da riviste scientifiche verso la seconda metà dell’800.
In una delle più importanti memorie di Clausius, pubblicata nel 1854, notai un errore di tipo logico riguardante la dimostrazione del suo famoso e omonimo Integrale.
Mi ci vollero circa tre anni per riassumere le mie argomentazioni in modo che fossero decentemente presentabili come libro.
A quel punto iniziai ad inviare il testo redatto in Italiano a editori nazionali Qualificati in campo scientifico.
Ricevetti solo risposte negative, accompagnate da rapporti redatti da anonimi esperti, i quali giustificavano il rigetto con risibili motivazioni.
Erano i Revisori, i quali, su incarico dell’Editore, esercitavano sul mio libro la procedura della cosiddetta “Revisione Paritaria”. Così imparai che se un testo scientifico non supera questa procedura, non solo non viene pubblicato dagli editori scientifici qualificati, ma seppure venisse pubblicato da altri editori, non sarebbe preso in considerazione da nessuno scienziato.
Era il 1993 e fu a quel punto che decisi di “forzare la mano”.
Fondai una casa Editrice e pubblicai il libro in Italiano con il titolo:
“Riflessioni sulla Potenza Motrice del Calore Ambientale – e sulle macchine idonee a sviluppare questa potenza”.
Il titolo era volutamente provocatorio, in quanto ricordava il famoso titolo del libretto pubblicato nel 1824 da Léonard Sadi Carnot.
La prima cosa che feci fu quella di inviare gratuitamente una copia a tutte le biblioteche universitarie d’Italia.
Quando, dopo qualche anno, fui costretto a chiudere l’attività della casa Editrice, erano state distribuite (tra vendute e/o donate) circa 300 copie del libro.
Nel frattempo, feci opera di promozione delle mie idee e in conseguenza di ciò fui invitato a esporre le mie tesi sul Secondo Principio della Termodinamica in convegni di tipo divulgativo, ai quali partecipavano ed assistevano anche scienziati e professori, i quali si guardarono bene dal prendere qualunque posizione su ciò che esponevo.
Capitolo 8
Nel 2000 si verificò un altro evento scientifico relativo alla questione in parola: Una rivista scientifica cinese “online” pubblicò una seconda memoria di Xu Yelin, nella quale veniva descritto un altro diodo capace di svolgere una funzione analoga a quella del diodo realizzato nel 1988, poiché convertiva l’energia termica ambientale direttamente in energia elettrica.
Tuttavia, mentre il dispositivo costruito nel 1988 era un diodo a vuoto pneumatico, quello progettato nel 2000 consisteva in un diodo a stato solido costruito secondo la tecnologia dei circuiti integrati.
Fig. 11 Schema del diodo a stato solido di XuYelin
Fui informato di tale evento verso il 2003-2004. Questa seconda memoria di Xu Yelin è scritta solamente in Cinese, ma probabilmente è stata scoperta nei Paesi Occidentali perché presenta un riassunto in lingua Inglese, scritto in modo da far intuire il carattere rivoluzionario del lavoro.
“The Experiment and Analysis on Nonbias Diode
Xu Yelin
(Institute of Biophysics , Chinese Academy of Sciences , Beijing,100101)
AbstractA nonbias diode is such a diode that can perform single direction conductivity without any bias current or voltage. Because of the thermal motion of the conductive electrons in a conductor and semiconductor, when both ends of the nonbias diode are connected with a wire, a continuous and steady direct current which can drive load will flow through the wire. It has now reached performances of 100 mV and 0.1 μA. The voltage has already reached its peak whereas the current still has a great potentiality to be increased. The nonbias diode therefore has a wide application prospect. This paper introduces the manufacturing method, the measurement results of the performances, the analysis on the working principle and the analysis on the energy of the nonbias diode. The energy of nonbias diode is a result of an effective application of the natural cycle.”
Successivamente, grazie ad un’altra segnalazione, rintracciai le dieci domande di brevetto su questo nuovo tipo di dispositivo depositate in varie Nazioni dall’Accademia delle Scienze Cinese.
Capitolo 9
Anche molto tempo dopo la chiusura della mia casa Editrice continuai la mia opera di divulgazione e, tra l’altro, riassunsi i contenuti essenziali del mio studio sul Secondo Principio della termodinamica nella relazione introduttiva del convegno: “Controversie su Termodinamica e Vita”, tenutosi il 15 dicembre 2008 presso l’Università Roma-Tre.
Vincenzo Valenzi, l’organizzatore del Convegno, si fece anche promotore della pubblicazione della mia relazione (tradotta in Inglese) nel sito della CIFA-ICEF (Comite International de Recerche et d’Etude de Facteurs de l’Ambiance).
Pertanto, la mia citata relazione si trova nel sito web www.cifafondation.org sotto il pulsante CIFA News (n. 44, Jan-Jun 2011) con il titolo: “Reflections on the Second Principle of Thermodynamics”.
In occasione di quel convegno, distribuii gratuitamente a tutti gli scienziati intervenuti in sala un Compact Disk contente la mia relazione introduttiva e altri file di supporto.
Speravo così di sollecitare qualche tipo di reazione; che si potessero creare le condizioni per instaurare una discussione sul tema, ma non si verificò nulla del genere.
L’unico degli intervenuti che intraprese qualche iniziativa, si era già espresso negativamente sulla mia impostazione e successivamente continuò a mantenere la sua opposizione.
Il risultato di tutto questo impegno fu un nulla di fatto: nessuno credeva che i miei calcoli numerici fossero giusti, ma soprattutto (e ben più grave) nessuno sembrava prendere sul serio la segnalazione che Xu Yelin era riuscito a ideare e costruire ben due dispositivi capaci di violare l’assioma fondamentale del Secondo Principio della Termodinamica.
Questa esperienza negativa ebbe però almeno due effetti positivi.
Il primo fu che compresi che la verifica dei miei calcoli numerici era molto onerosa da effettuare: chi avesse voluto farla, avrebbe dovuto esaminare criticamente troppi concetti.
In primo luogo, avrebbe dovuto esaminare i teoremi da me sviluppati appositamente in relazione al ciclo ideale di Carnot, e relativamente ai cicli di Stirling e di Ericsson con recuperatore perfetto di calore.
Inoltre avrebbe dovuto esaminare criticamente i programmi per computer da me scritti in linguaggio simbolico GW-BASIC, finalizzati a calcolare il rendimento dei suddetti cicli termodinamici ideali.
Dal punto di vista di fisici e scienziati, tutto questo impegno non sembrava giustificato. Ognuno di essi avrebbe dovuto effettuare queste verifiche da solo, in quanto il libro non era stato sottoposto al processo di Revisione Paritaria attualmente in uso.
D’altro canto, questi fisici e scienziati avevano buone ragioni per ritenere che da qualche parte nei miei ragionamenti e calcoli vi dovesse essere un qualche errore, poiché essi avevano dalla loro parte la teoria termodinamica sviluppata da Kelvin e Clausius nella seconda metà dell’800.
È vero che nel mio libro era segnalata l’esistenza di un errore di logica nella memoria di Clausius del 1854, ma all’epoca della pubblicazione (1993) non ebbi il coraggio di forzare la mano su questo aspetto, che quindi rimase esposto in modo quasi secondario e ininfluente.
Il secondo aspetto positivo fu che compresi che lo scetticismo con il quale erano state ignorati i due lavori fondamentali di Xu Yelin, era dovuto alla stessa ragione di cui sopra: gli scienziati avevano dalla loro parte la teoria dinamica del calore sviluppata da Clausius nel 1854.
Capitolo 10
Nel marzo 2013 si verificò un nuovo importante evento scientifico nella questione in parola: la rivista Nexus New Times (edizione Italiana) divulgò un’altra sconvolgente notizia relativa al Secondo Principio della termodinamica (nella edizione Internazionale di Nexus New Times il mese di divulgazione è diverso).
La rubrica “SCIENCE NEWS”, a cura della Direzione di quel numero 102 della Rivista Italiana, era intitolata: “Quenco: un convertitore di energia quantica”. Nelle pagine 49 e 50, veniva riportato il comunicato-stampa rilasciato dagli inventori, per annunciare l’imminente lancio commerciale di un convertitore di energia termica battezzato “Quenco”.
L’annuncio comprendeva il riassunto tratto dalla domanda di brevetto depositata online il 16 Ottobre 2012. Il nome Quenco, dato dagli inventori a questo dispositivo, è l’acronimo di “Quantum Energy Convertor”.
Il pezzo pubblicato da Nexus New Times riportava le fonti della notizia; si trattava del sito web KeelyNet.com, 26 Ottobre 2012; homepage di Quenco, 24 ottobre 2012
http://www.quentron.com.
I contenuti di quel sito (oggi scomparsi dalla rete), davano qualche informazione sul principio di funzionamento di questo dispositivo.
Secondo il Comunicato-stampa, il Quenco funzionerebbe grazie al fenomeno fisico del salto quantico di elettroni attraverso una barriera elettricamente isolante interposta tra due metalli (il cosiddetto “effetto-tunnel”), purché tale barriera sia di piccolissimo spessore, dell’ordine di 1 nm (un nanometro).
Fig. 12 Schema del dispositivo Quenco
Nel Comunicato-stampa si faceva notare che a temperatura ambiente, pari a 20 °C o 293 K (293 gradi Kelvin), vi sono elettroni liberi, o quasi liberi, che, grazie alla perenne agitazione termica delle molecole (vedi: Moti Browniani), hanno energie cinetiche equivalenti a temperature anche di 600 K (600 gradi Kelvin, pari a circa 327 °C).
Ma è noto che questi valori dipendono dalla natura dello strato superficiale del metallo.
Pertanto, se da quel lato della barriera, che diventerà anodo, si mette un metallo con lavoro di estrazione basso, e nell’altro lato, che diventerà catodo, si mette un metallo con lavoro di estrazione alto, a parità di temperatura vi saranno molti più elettroni che salteranno dall’anodo al catodo.
Senza alcun dubbio, anche il dispositivo Quenco, basato su una sottilissima barriera elettricamente isolante interposta tra due conduttori con diversa composizione, è composto, nella sua struttura generale, da due sistemi termodinamici contrapposti (ovvero che lavorano in contrapposizione), in cui uno prevale sull’altro.
In analogia con i due sistemi ideati da Xu Yelin, anche il Quenco è costituito, nelle linee generali, dalla contrapposizione di due sistemi termodinamici con differenti proprietà, o, con termini impropri, con diverso “rendimento” di emissione elettronica.
Che sia proprio questo l’aspetto generale del dispositivo, può essere provato considerando che i due elettrodi fossero composti dello stesso metallo, o se il dispositivo fosse tale da rendere identici i due contrapposti flussi di elettroni, non si potrebbe più individuare alcun principio di funzionamento.
Sembra evidente che anche tale dispositivo non comprenda una sola sorgente di calore; se funzionasse secondo gli intendimenti degli inventori, vi dovrebbero essere due fonti di calore a temperature diverse tra loro.
La prima dovrebbe corrispondere all’ambiente, con la sua temperatura variabile; la seconda, meno calda, comparirebbe spontaneamente e consisterebbe in una zona interna al dispositivo.
Per quanto riguarda il flusso di calore necessario a fornire l’energia dissipata nel resistore di carico, esso sarebbe prodotto da tale differenza di temperatura, e pertanto proverrebbe dall’ambiente e sarebbe diretto verso la suddetta zona interna meno calda.
Quindi, in effetti, solo la sorgente costituita dall’ambiente fornirebbe l’equivalente (in termini di calore) dell’energia dissipata nel resistore di carico.
La struttura descritta sarebbe in grado di favorire il salto quantico in una direzione rispetto alla direzione contraria.
In questo modo, l’elettrodo nel quale gli elettroni dovrebbero in maggioranza convergere, acquisterebbe una carica elettrica negativa, la quale tenderebbe a rallentare l’arrivo di ulteriori elettroni.
Tali elettroni, quindi, “… perdono velocità (diventano più freddi) ma guadagnano energia potenziale (energia elettrica potenziale). Quenco è perciò una perfetta realizzazione del Diavoletto di Maxwell e quindi, secondo il pensiero corrente, viola la Seconda Legge della Termodinamica, sebbene, in realtà esso potrebbe solamente provare che le interpretazioni di Kelvin-CLAUSIUS erano errate. (tratto dal comunicato-stampa)”
Secondo la pagina rilasciata sul web il 3 Novembre 2013 da Quenco (Quantum Energy Convertor) – Home, era attesa immediatamente una produzione di corrente elettrica di circa 1 Ampere per centimetro quadrato a temperatura ambiente. Ma tramite l’impiego di metalli a più basso lavoro di estrazione, era previsto il raggiungimento di ben 10000 A/cm2.
Se questi valori fossero raggiunti, collegando in serie un sufficiente numero di questi dispositivi, per raggiungere un voltaggio sufficientemente elevato, si potrebbe alimentare il motore di una imbarcazione.
Si potrebbe così realizzare ciò che Kelvin riteneva impossibile nella Nota * contenuta a pagina 13 della sua memoria del 1851 :
“Se questo “assioma” non fosse valido per tutte le temperature, si dovrebbe ammettere che una macchina autonoma potrebbe essere messa in funzione e produrre effetto meccanico tramite il raffreddamento del mare o della terra, senza nessun limite salvo quello della totale fuoriuscita di calore dalla terra e dal mare, o, in realtà, dall’intero mondo materiale”.
Capitolo 11
Nella Pagina 49 di quel numero di Marzo 2013 della rivista Nexus New Times (ed. Italiana) già citato, era riportata la notizia di un esperimento, incredibilmente semplice, che chiunque può fare per dimostrare la violazione dell’assioma di Kelvin relativo al Secondo Principio della Termodinamica.
Secondo la notizia dovuta a Philip Hardcastle, risalente al 22 Ottobre 2012, si tratta di prendere una valvola termoionica (nel caso in questione, il pentodo Philips E180F), e collegare insieme con un filo conduttore anodo e griglia n. 3 (griglia di soppressione) per costituire il primo elettrodo. L’altro elettrodo è costituito dal catodo. Tutti gli altri elettrodi sporgenti dal tubo a vuoto, secondo HARDCASTLE, possono essere tagliati via.
La fonte giornalistica riporta che mettendo il pentodo in un forno, ai capi dei due elettrodi non collegati ad alcun carico resistivo compare una tensione elettrica, che alla temperatura di 500-550 °C può raggiungere il valore di circa 850 mV.
Collegando invece i due elettrodi ad un carico, la corrente elettrica raggiunge pochi pA (pico Ampere) al di sotto dei 400 °C, mentre può salire a valori di qualche μA (micro Ampere) verso i 500 °C.
Vediamo che il principio di funzionamento è lo stesso del diodo non-bias a vuoto pneumatico di Xu Yelin. In effetti, il pentodo è sotto vuoto pneumatico; anodo e terza griglia sono composti da metalli con basso coefficiente di emissione, mentre il catodo ha uno strato superficiale ad alto coefficiente di emissione, e/o a basso lavoro di estrazione elettronico.
Inoltre, poiché il pentodo è contenuto nel forno, ogni sua parte assume la temperatura del forno stesso e quindi non si possono creare differenze interne di voltaggio tra metalli.
La somiglianza con il dispositivo di Xu Yelin appare evidente anche nel funzionamento: Il catodo, grazie agli elementi a basso lavoro di estrazione di cui è composto, emette molti più elettroni per effetto termo-ionico rispetto ad anodo e 3° griglia, per cui il catodo diventa positivo e l’anodo negativo.
Gli ulteriori elettroni sparati dal catodo verso l’anodo, devono vincere il campo elettrico contrario che si forma spontaneamente all’inizio, che tende a rallentarli (ciò che equivale al loro raffreddamento), esattamente come nei diodi di Xu Yelin e nel convertitore Quenco.
Se anodo e catodo avessero le stesse proprietà di emissione e ricezione di elettroni, l’esperimento di Hardcastle non potrebbe funzionare.
Queste due notizie erano per me molto più importanti di quanto non lo fossero quelle relative ai due dispositivi di Xu Yelin.
L’esperimento di Hardcastle sembra essere più importante e significativo, per quanto riguarda la violazione dell’assioma del Secondo Principio della Termodinamica, rispetto ai due di Xu Yelin, in quanto non necessita di costruire nulla, ma semplicemente di acquistare un tubo termoionico che è disponibile a prezzo irrisorio sul mercato.
Anche l’esperimento relativo al dispositivo Quenco sembra essere molto più importante di quei due realizzati da Xu Yelin.
Infatti, il diodo non-bias a vuoto pneumatico realizzato da Xu Yelin nel 1988 può produrre una corrente elettrica molto piccola, quello a stato solido realizzato nel 2000 è piuttosto complicato e difficile da costruire, mentre il dispositivo Quenco è costituito da una semplice barriera elettricamente isolante interposta tra due conduttori di corrente elettrica.
Queste notizie, che a mio avviso sarebbero dovute comparire sulle prime pagine di tutti i giornali e costituire l’argomento di apertura di ogni telegiornale, restarono, al contrario, del tutto ignorate.
Capitolo 12
Fu quindi nel 2013 che decisi di intervenire di nuovo sul tema, scrivendo e pubblicando un secondo libro in formato eBook, sia in Italiano “Libro Incompiuto sull’Energia dell’Ambiente”, che in Inglese “Unfinished book on the Energy of the Environment”.
Avevo già individuato gli errori che avevo commesso nella stesura del primo libro e quindi li potevo evitare.
L’altro mio errore era quello di aver messo scarsamente in rilievo l’errore di logica commesso da Clausius nella sua memoria del 1854.
Avevo inoltre compreso che, per conseguire lo scopo che mi prefiggevo, era necessario demolire la teoria termodinamica sviluppata da Clausius, la quale rendeva inverosimile, agli occhi degli scienziati, qualunque macchina capace di violare l’assioma posto alla base della teoria stessa.
Restava solo un’ultima difficoltà da superare – questa era costituita dal fatto che gli scienziati non leggono, o non prendono in considerazione, seppure lo leggono, un libro che non è stato sottoposto al processo di Revisione Paritaria oggi in uso.
Misi da parte il problema della Revisione Paritaria, in quanto sapevo per esperienza che non l’avrei mai ottenuta.
Decisi di iniziare la stesura del nuovo libro seguendo tre criteri – il primo era che doveva essere un eBook; il secondo era che dovevo dare la massima evidenza all’errore di logica di Clausius sopra citato; il terzo era che il libro potesse essere letto da chiunque, anche da chi non avesse conoscenze di termodinamica e perfino scarse conoscenze di matematica.
Insomma, doveva essere un eBook in cui il lettore non avesse la necessità di seguire calcoli matematici in relazione ad un problema di fisica.
A rafforzare la mia idea di pubblicare un eBook, fu anche la favorevole combinazione di due circostanze. La prima è che la memoria di Clausius del 1854 era stata scannerizzata e messa in rete, la seconda è che un eBook consente l’interattività con la rete.
Mettendo insieme queste due circostanze, la mia segnalazione dell’errore di logica che avevo scoperto nella citata memoria di Clausius diventava molto convincente.
Chi non ci avesse creduto, avrebbe potuto accedere immediatamente alla memoria di Clausius semplicemente cliccando sul link relativo al sito web che contiene la memoria scannerizzata.
Fu così che iniziai ad avventurarmi nell’incerto lavoro di scrivere un eBook finalizzato a smantellare la teoria dinamica del calore attualmente vigente.
Durante questo lavoro, scoprii, con mia sorpresa, che anche tutti gli altri lavori o memorie di Clausius, e degli altri Padri Fondatori della teoria dinamica del calore, erano stati scannerizzati e messi in rete, ed anche in tali lavori riuscii ad individuare errori di logica in tutti i teoremi dimostrati dai Padri Fondatori.
Questi errori intervengono sempre prima che nei teoremi stessi vi sia l’occasione di invocare l’assioma fondamentale che è stato posto alla base della teoria dinamica del calore.
Capitolo 13
Avevo raggiunto il mio scopo !: veniva ad essere smentita la comune credenza che la teoria dinamica del calore sarebbe crollata soltanto quando si fosse dimostrata l’erroneità dell’assioma fondamentale, ovvero, se qualcuno avesse costruito una macchina capace di convertire interamente il calore in energia meccanica.
Per di più, tutti gli esperimenti citati in precedenza, come i due dovuti a Xu Yelin, quello degli inventori del dispositivo Quenco, ed infine quello effettuato da Hardcastle, stavano a dimostrare proprio l’erroneità dell’assioma fondamentale.
Decisi quindi di ripetere l’esperimento di Hardcastle secondo modalità più significative, ottenendo risultati positivi superiori alle mie aspettative.
Fig. 13 Voltaggio sviluppato dai tubi termoionici
Al termine di più di cinque amni di lavoro, sono riuscito a dimostrare che la teoria termodinamica non è sostenibile a prescindere dalla verità dell’assioma, in quanto è da sempre inficiata da errori di Logica.
Sono anche riuscito a dimostrare che l’assioma stesso è errato, ripetendo l’esperimento di Hardcastle in modo più significativo di quanto da lui realizzato.
Non essendo in grado di poter pubblicare il libro tramite un Editore Qualificato, a causa del blocco determinato dal Processo di Revisione Paritaria, non mi rimase altra scelta che quella di auto-pubblicare, tramite Amazon, il presente eBook. Infatti un libro cartaceo sarebbe molto voluminoso e troppo costoso.
Ecco la spiegazione di come e perché è nato il mio secondo libro in formato eBook.